Dato che qualsiasi area del mercato si vede costretta all'opportuna reclamizzazione, l'utilizzo sfrontato di questa pratica barbara vede perlomeno assoggettata anche la comunicazione sociale alle stesse regole, in bene e in male. Decimati da incidenti stradali e abuso d'alcool, i cittadini hanno modo di osservare quel pupazzetto in voga tanti anni fa, riesumato dalla fantasia a corto di argomenti di qualche paludato pubblico ufficiale, tutto intento a dispensare consigli su come proteggersi da un pericoloso morbo. Dopo un primo spot, siamo già ad un prematuro sequel, causato da un evidente flop dei saggi consigli dispensati dal roditore di gommapiuma: non di morti per influenza A c'è stata la carenza, ma di un sufficiente appeal del testimonial. Nonostante gli sforzi del doppiatore, e delle animatrici in nero cancellate per mimesi dalla visione sullo sfondo, il pubblico "sprovveduto" non ha ancora compreso a dovere la necessità di acquistare questo nuovo prodotto, e di prodotto si parla necessariamente, nonostante si tratti di un vaccino. Perché qualcuno ci sta guadagnando. Perché altre cause di morte e malessere, ben più radicate e devastanti, passano sotto silenzio nei canali mediatici. Di qui la necessità di un messaggio di rinforzo. Gigio, strappato dall'antica sceneggiatura che lo vedeva libero e spensierato interloquire con il mondo degli umani, costretti ad accostarsi allo sfondo del teatrino per permettergli di essere correttamente contestualizzato dal punto di vista visuale, è sceso in campo, e piazzato in una specie di ufficio dell'USSL in miniatura si dibatte come un qualsiasi altro impiegato statale, armeggiando con attrezzi da bricolage, grafici e una scrivania computerizzata, macabro ritorno di fuoco simbolico destinato a provocare nello spettatore l'aggancio mentale al mondo della burocrazia, del lavoro, del dovere istituzionalizzato. Con quella vocetta sottile, apparentemente rubata a un Luciano Onder che un dj ha deciso di far girare a 45 invece che a 33 giri, il povero topo irregimentato non riesce più a trasmettere alcuna verità sotto forma di favola, e si ritrova quindi costretto ad un nuovo umiliante ruolo di pezzo di realtà mascherata da favola, memore dei personaggi Disney che maltrattano Hitler nella propaganda anti-nazista degli anni '40, proteso a dispensare consigli, a snocciolare cifre e impatti della pseudo-pestilenza ad ascoltatori annoiati. L'adulto prenderà sottogamba questo pubblico ufficiale di pezza, il bambino potrà al massimo capire il linguaggio non verbale del personaggino, disposto per un attimo a diventare raggelante cheerleader della minaccia batteriologica portando una scala triangolare sopra al capo a mo' di lettera capitale. Anche un bambino lo capirebbe, attraverso quei minacciosi geroglifici che sono le parole ed i neri caratteri che enumerano patologie e funesti promemoria di future disgrazie, che la bontà del topino si è prostituita a qualche volontà superiore, sadicamente intenta a fare business sulla paura. Premiata dall'indifferenza, l'audience, per una volta tanto, non è stata disposta a cedere alla persuasione, migliaia di ampolline contenenti il balsamo salvifico restano nei loro contenitori, mentre di tanto in tanto alcuni medici si affacciano imbarazzati al riquadro televisivo per spiegare, tranquillizzare, ma comunque ricamare con grande professionalità sul grande sottointeso di una concreta minaccia alla nostra esistenza. Noi, futuri morti di incidente stradale o di disguido sul luogo di lavoro, mettiamo la peste accanto ai surplus merceologici, i biglietti d'auguri con suoneria incorporata, i copricellulari in gomma, i preservativi profumati, le promesse elettorali. Salvati dal nichilismo, una volta tanto, perderemo l'occasione di una dipartita alla moda, restando incatenati alla routine.
01/12/09
Favola non contagiosa
08/06/09
Sospirare vendetta
Il problema di cui parla questo spot è tanto reale che, cercandone qualche notizia sul web, ai primi posti nei risultati delle ricerche è apparso un lungo commento che lo definisce come un esempio di "misandria". In definitiva lo spot viene additato come retorico e repressivo della figura dell'uomo, ingiustamente colpevolizzato, in quanto succube del potere mediatico della figura femminile, e addirittura "indottrinato" fin dalla più tenera età a sentirsi inferiore in uno scenario apocalittico di società matriarcale che avanza a grandi passi. Pur non nascondendo che le argomentazioni esposte erano piuttosto affascinanti, se non altro in quanto espressione di un pensiero deviante, e per questo semplice fatto meritevole di finire nel centone del bizzarro, appare come una lettura abbastanza paranoica e superficiale. Qualche anno fa non era difficile trovarsi di fronte a spot in cui la donna le suonava ad un uomo, perché aveva toccato la sua auto, o perché così era possibile stordirlo e accarezzargli i capelli. Con Vivident è poi cominciato il filone del ragazzo svedese dai denti sanissimi addormentato con un sedativo sparatogli nel gluteo, mentre la giornalista, munita di microfono a gelato, sorrideva di tutta la gag. Eppure non si può che sorridere di tutte queste tesi relative al "complotto matriarcale". Le cifre parlano chiaro, qualsiasi statistica in qualsiasi nazione del mondo indicano che la mancata emancipazione femminile è un problema concreto. Aldilà di tutte le opinioni e le tare, l'aritmetica grida vendetta. Al telespettatore basterà la visione del breve documentario "Il corpo delle donne" ( visionabile online su http://www.ilcorpodelledonne.blogspot.com/ ) per rendersi conto di quello che ha già sotto agli occhi quotidianamente. Anzitutto il fatto che la donna, nei media, sembra obbligata a ricorrere alla chirurgia estetica quasi come ad uno status symbol, anche se il risultato è una parata di visi che messi l'uno accanto all'altro si mostrano per quello che sono: maschere spersonalizzate. Se resta la libertà del singolo di fare ciò che vuole del proprio corpo, vedere una serie di visi fisicamente ritoccati dalle aspettative del mercato lascia con un senso di sbigottimento. Tutto il fenomeno era già visibile, ma in modo così pervasivo da non dare termini di paragone, a meno di un accostamento critico delle immagini. E tutto questo senza scomodare le infinite allusioni sessuali presenti nei media, e che vedono quasi sempre la donna come protagonista che si lascia consumare alla stregua di un qualsiasi altro prodotto. Il contraltare della soubrette è una semplice casalinga, il semplice fatto di presentarla nella sua normalità ci inquieta, sprovvista di un surgelato o di un detersivo spray da brandire atteggiandosi a madre, moglie o fidanzata, o viceversa complice stragnocca di voyeurismi nonsense che la vedono oggetto di desiderio accostato ad oggetto di vendita. La voce maschile che va a sostituire quella della protagonista incrina ulteriormente la sensazione di realtà pilotata e vuole essere il vero concept alla base del filmato: alla donna televisiva caricata di significato ornamentale, indipendentemente dalle sue doti, corrisponde la donna "che non ce l'ha fatta", il necessario semilavorato, l'individuo vessato dall'opprimente confronto con modelli irraggiungibili quanto superficiali e futili, il centro nevralgico di tutte le pressioni causate da una competizione truccata. Possiamo essere sicuri che se una rivoluzione è in corso, anche senza una vera voce si farà valere con le azioni. E di fronte ai fatti ogni parola, femminista o maschilista che sia, è inutile.
29/04/09
Mario Rossi è morto
Sorvolando sul singolare successo ottenuto dalla fiction-cristianesimo, un vero successo di share, soprattutto qui in Italia, dato che ne ospita l'emittente principale, c'è qualcosa in questo spot che fa trasalire lo spettatore. Non è di certo la carica retorica morriconiana, propria di tutta questa campagna promozionale in voga da decenni, a lasciarci perplessi. Anzi, per una volta tanto c'è stato un minimo di decenza nel proporre immagini di qualità meno che cinematografica e prive degli infiniti slow-motion dei quali si era abusato. Non è neanche l'azzardato accostamento di un ministro di Dio ad un gruppetto di adolescenti ad allarmarci, pure in tempi in cui la cronaca ci parla di un tale Angelo Chiriatti, che per sfogare le proprie pulsioni sessuali pedofile è arrivato a fingersi prete in quel di Bari. Passi anche l'intervento estemporaneo dell'uomo della borgata, che smozzica qualche parola estratta dal contesto, approdando ad un supposto ruolo di rappresentanza popolare nello speakerato. Quello che inquieta è la sottointesa morte di Mario Rossi. Dopo essersi prestato per anni come testimonial nella tradizionale campagna di rabbonimento post-Pasquale, questa tacita eminenza grigia, evidentemente approdata alla terza e quarta età, dev'essere venuta a mancare. Al suo posto un Paolo Tosi omonimo, nel cognome, del famoso sindaco della città di Verona. Possiamo pensare ad una coincidenza, ma vogliamo soprattutto trascurare la portata della new entry. La fantasia si accanisce nel cercare di immaginare quale morbo esotico abbia annichilito il Mario nazionale, un eponimo consolidato, buono per tutte le stagioni, simbolo di un italiano medio un po' capocannoniere e un po' pizzettaro, la necessaria cresta tettonica che, nello scontro tra immaginario e bisogno d'esemplificazione per immagini, emergeva con la forza di un pronome collettivo ovunque fosse necessario mostrare l'atto della firma. Diventato troppo stantio, è stato scomunicato, nel doppiosenso religioso e mass-mediatico, e seppellito in terra sconsacrata senza il conforto psicologico dell'estrema unzione. Le inquadrature scorrono mostrando uno scenario da Terzo Mondo in cui lo Stato si dimostra impotente, e in cui l'italiano anarcoide non ha altra possibilità di riscatto se non la superstizione organizzata. Forse Mario Rossi aveva sollevato qualche obiezione sul fatto che o la religione non ha a che fare con le doti morali dell'individuo attivo nella società, ed è quindi fuorviante mostrare preti coraggio disposti a sfondarsi i timpani pur di ottenere un'efficace posa nella cella campanaria, oppure davvero madonne piangono e roveti ardono, e quindi sarebbe possibile innovare la comunicazione ecclesiastica con fantasmagoriche Vergini che spengono incendi in Centro Italia grazie a fiumi di lacrime, gesù cristi con mantelli da supereroe che moltiplicano pagnotte e scatolette di tonno nelle mense delle missioni africane o una vera e diretta mano di Dio che strafulmina i fumatori e chiunque abbandoni i cani in autostrada. L'alzata di sopracciglio di un alto prelato deve aver stroncato la carriera del Rossi nazionale, gettandolo nelle fiamme di una perdizione che è soprattutto un abuso d'ufficio umano troppo umano. Non vedremo Padre Pio ricostruito in 3d promuovere un profumatore di santità elettronico a forma di bara con timer. Benedetto XVI non lancerà un corso di latino-tedesco per tutti. Il reality dei santi e dei beati vivrà unicamente su polverose pagine di calendari che piacciono soltanto alle vecchine, e non hanno la verve necessaria ad affabulare i giovani, ansiosi di vedere i loro eroi bisticciare sulla spartizione delle razioni a bordo piscina, mentre prosperose suore filippine con velo e bikini confabulano sulle nomination. Attendiamo la scoperta della vita su Marte ed un ulteriore scricchiolio dei dogmi millenari per vedere definitivamente gadgetizzato il vasto corpus letterario del cristianesimo, in collezionabili e video-game ufficiali che permettano allo spettatore di interagire con le atrocità dell'Antico Testamento o di giocarsi anni di Purgatorio in casinò online delle indulgenze. L'assenza di un nuovo modello di marketing farà permanere il potere dello Stato del Vaticano nel ruolo ufficiale, ormai troppo limitante e sottodimensionato, di semplice culto religioso.
15/01/09
1780 Hz
Incapace di esprimersi. Difettato. Impaurito e inattivamente seduto. Femminile. È davvero un'immagine speculare quella che, volendo seguire la metafora costituente suggerita dal nome di questo progetto, viene cucita addosso all'alfiere dell'intelligenza e della curiosità per la conoscenza a scapito della propria sicurezza e del proprio benessere incarnato da Odisseo. È encomiabile che qualcuno si occupi della sofferenza di chi non ha più i mezzi per far fronte alle proprie contraddizioni. Ma ben altra cosa è il sentore di colpevolezza che non è difficile sentirsi addosso laddove si pecca nell'omologarsi ai dettami di una psichiatria che, dovendo assumersi le responsabilità proprie di una manifestazione della classe dirigente, deve far quadrare il cerchio ed è obbligata a portare ad un compromesso due entità inconciliabili: individuo e normalità. I sintomi della depressione leggera sono tali e tanti che chiunque non sia nato e vissuto a DisneyWorld credendo che rappresentasse l'intero mondo conosciuto, alla stregua di Siddharta Gautama prima dello scoccare dei suoi 29 anni, rischia all'improvviso di trovare una pericolosa scappatoia ai propri dubbi esistenziali. Se riusciamo a vedere il male come qualcosa che ci influenza ma che è al fuori di noi, allora è concepibile una guarigione. Ma se quel male è una parte della nostra individualità, e ce ne priviamo per diminuire di un po' la frequenza del nostro battito cardiaco, un'assenza grigia e sottile peggiore di qualsiasi sofferenza ci accompagnerà per tutta la vita come ritornello ossessivo in una trasmissione televisiva che ha avuto troppe riedizioni, perché è probabile che la sofferenza psichica sia un segno dell'inefficacia dell'anestesia profusa a larghe maglie dagli strateghi del consenso, e che chi riesce a trovare una risposta ad ogni domanda sia in realtà un individuo meno simile all'uomo di quanto lo siamo noi, e abbia incontrato, lobotomizzandosi, meta e morte dell'anima: l'abbruttimento della felicità. Una felicità colma di prodotti ed eventi insignificanti, di rapporti interpersonali standardizzati secondo il feedback ingenerato da un workflow industriale che nella modifica dei comportamenti cerca nuovi spazi di mercato, dando in pasto al pubblico mode, notizie, paure e personaggi innalzati agli onori della cronaca senza aver utilizzato punti d'appoggio, svilendo il senso critico, portando alcuni individui ad autoconsiderarsi disfunzionali proprio quando sono l'unica manifestazione di una intelligenza collettiva che sta aspettando un futuro ancora troppo criminale per la morale sua contemporanea, che vorrebbe trafiggere schiere di Proci in camice bianco e mantenere la purezza della sua feconda contraddizione, ma si trova come l'arciere Arjuna, per eccessiva precisione della mira, a vedere solo il particolare a scapito dell'insieme. Quelle parole mancanti sostituite da una sinusoide a 1780 Hz, per quanto mi riguarda, non rappresentano l'incomunicabilità dell'individuo, ma la censura che ogni status quo cerca di perpetrare in eterno per salvaguardarsi.
13/12/08
Schizofrenia Natale
Alla fine è stato beccato anche lui, forse per un eccesso di velocità causato dall'entusiasmo di renne tenute rinchiuse per tutto l'anno come cani da caccia, o forse perché invece di portare giocattoli si è fregato uno televisore al plasma entrando dal camino ed uscendo dalla porta principale. Babbo Natale si distingue sempre, ma non gli infiniti scenari che lo circondano. Eccolo qui in declinazione Superfly, in un confronto all'americana dall'esterofilia evidente, come evidente è la cattiveria dei soggetti che ci è dato modo di scrutare dall'altra parte dello specchio. I cattivi, tatuati, tutti vestiti di cuoio, con vistose catene d'oro che ricadono su petti villosi, dai tratti ispanici o italici, se ne stanno diligentemente in fila per permettere al primo della classe di spiccare. Bisognerebbe chiedersi se i veri criminali non siano piuttosto persone munite di apparenze che permettono loro di passare inosservate, e se è proprio vero che chi dona si distingue dagli altri o se non è anche vero che la beneficenza delle multinazionali, tanto per fare un esempio a caso, è soltanto un ammortizzatore d'immagine decretato per motivi d'opportunità. La "P" di Pubblicità Progresso, molto simile a quella del parcheggio e degli automobilisti principianti, è lo stemma rassicurante che se forse ha (sospendo il giudizio) il merito di sensibilizzare le folle riguardo temi di rilevanza sociale, e attuarli concretamente tramite iniziative patrocinate dalla fondazione, di sicuro ha anche quello di aver sfornato una ridda di spot a sfondo solidale incentrati sull'angosciante pretesa di riversare forti sensi di colpa sullo spettatore (dando uno speciale contributo all'insorgenza di schizofrenia morale in chi si è reso contro che anche applicando per filo e per segno i precetti della propria deontologia professionale contribuirà alla morte termica dell'universo). Ma si sa, tutta la comunicazione che parla di comunicazione deve avere un aspetto vagamente più genialoide, fighetto e giovanile degli spot-emorragia-di-sentimenti che in altre occasioni ci vengono sversati addosso come pece calda, facendo appello alla nostra compassione temporanea, e fungendo in qualche modo da esaltatore di sapidità del nostro benessere. Di qui l'idea di inviare una pattuglia a prelevare il Babbo alle sei di mattino nel suo appartamento, ignorando le sue dichiarazioni d'innocenza e arrivando all'uso del taser per un malinteso nella trasmissione delle consegne tra poliziotti. Chi ha creato lo spot vorrebbe che ognuno di noi sostituisse al viso oscurato del variopinto personaggio mitologico i tratti somatici della propria coscienza, anche se la sensazione è che li mostrino già tutti gli stupidi stereotipi che ci circondano.
26/11/08
Salvateci da noi stessi
Guardo allibito la trasformazione di quella che è ormai la quotidianità dell'adolescente di oggi in una sorta di psicodramma horror, fenomenologia del gap di comprensione che avviene soltanto nella testa di genitori poco informatizzati. Essere visibili, tracciabili, replicabili all'infinito non è un effetto indesiderato di uno stile di vita digitale, anzi, ne è il pregio ricercato, per quanto questo possa far sobbalzare sulla sedia madri bacchettone intente ad oliare il loro macinino da caffè in frassino. La pericolosità dell'informazione, superata la soglia dell'infanzia al di sotto della quale è piena responsabilità del genitore evitare di lasciare il pargolo libero di acquistare fialette di antrace su siti terroristici o pubblicare in prima persona le foto del mare con relativi figli che corrono il rischio di attirare attenzioni perverse, è talmente chiara alla mente adolescenziale che non solo comprende il meccanismo della notorietà possibile tramite internet, ma di solito la ricerca disperatamente. È possibile ragionare con la morale di quattrocento anni fa quando per ogni foglia sollevata dal vento una qualche categoria professionale, da qualche parte del mondo, decide di fare un sit-in nudista per propugnare la propria causa, e quando ormai anche ai vertici delle nostre istituzioni si sono verificati esempi concreti di come l'esposizione della propria nudità, a livello sociale, sia un fattore premiante? Fidanzati telematici chattano con webcam da decenni e credo che io stesso ad una foto di sen sfuggita di una collega di lavoro o di mia madre non solleverei neanche più il sopracciglio, ben lungi dall'assumere falsi pudori, e correggerei la veridicità del colore della pelle tramite un utilissimo plugin per Photoshop chiamato SkinTune, redarguendo chi ha pubblicato la foto sulla cattiva qualità dello scatto. È sempre difficile dire se è più pericoloso il cosiddetto "peccato" commesso dall'individuo o la gragnuola di pietre di chi lo ostracizza in quanto munito di una morale inadeguata allo stato dell'arte della tecnologia. Quante riviste di gossip vivono proprio grazie alle lontane eco di scandalo che dovrebbe suscitare il fatto di vedere qualcuno più o meno vestito? Godo nel vedere l'angoscia di chi è incapace di rapportarsi con il fatto che il confine tra pubblico e privato, in un mondo in cui internet è diventato lo scheletro della società, non è una linea sottile e incorporea, ma un'area, un paese a se stante, nella quale circolano idee, azioni, comportamenti innovativi e pericolosi, a una velocità che prima non era possibile. Mi spiace tanto se tua figlia ha zoccoleggiato con un amichetto, fai bene a dirle che non si può tornare indietro, nel remoto caso che di tutti i meccanismi della vita sia proprio il digital lifestyle a non padroneggiare meglio di te, ma probabilmente tutto quello che otterrai è che lei stessa capirà l'efficacia di questa realtà acquistando una macchina fotografica migliore e inventandosi un nuovo filone della pornografia prima ancora che tu capisca cosa significa la chiocciola in un indirizzo email. Sarai tu, genitore obsoleto e contemporaneamente vero fruitore pagante degli aspetti più degeneri della rete, a venire replicato ed osteggiato all'infinito nel mondo che non conosci, e confido di inaugurare simbolicamente il nuovo filone con questo post.
01/11/08
Vi piace o' presepio?
Questo spot è scandaloso. È scandaloso a vari livelli. Esibisce in modo disinvolto il peggior concetto di integrazione possibile ed esprimibile, cioè l'idea che svestirsi della propria identità culturale, linguistica e religiosa sia l'unica strada perseguibile per adattarsi ad una società, invece che riconoscere laicamente che la forza della convivenza civile è data dal riconoscimento dell'autonomia del singolo e dalla sua accettazione delle regole di convivenza intersoggettive. Ben lungi dal mostrarci il migrante che è riuscito ad aprire una sua attività di ristorazione, o il ricercatore universitario mediorientale che prega due volte al giorno rivolto verso la Mecca, o altri casi di successo dell'integrazione, perché questi modelli ci inquietano e fanno paura alla fetta di società italiana accampata nei suoi privilegi e mollemente ancorata proprio agli stilemi macchiettistici che nello spot si desidererebbero mimati dai newbies della società, le immagini scorrono più a beneficio degli italiani d'Italia che dei migranti. Voi l'avreste digerita l'immagine di un siciliano poco elevato in statura, a causa della denutrizione, che nel dopoguerra fosse stato costretto da un cineasta dell'informazione statunitense a girare vestito da cowboy e a cantare God Save America come un orso ballerino al circo? Aggiungendo alla povertà dell'operazione messa in atto l'aggravante dialettale delle canzoni tirate in ballo, espressione della triste autocoscienza dell'essere italiani che si vorrebbe dare in pasto ad un pubblico da confermare nei suoi più consequenziali pregiudizi campanilistici, il risultato finale è un plot imbarazzante che scontenta tutti. Siamo la nazione che alla brutale efficienza della parte di mondo chiamata Cina (Chung Kuo), e che nella sua etimologia significa "impero di mezzo", opponiamo qualche fragile faziosità xenofoba utile soltanto a mettere la testa sotto alla sabbia, e non utile a risolvere problemi cercando di arginare una piena alta marea con strumenti culturalmente inefficaci. I "non" integrati della società parlano la loro lingua, hanno un loro credo, un loro concetto di legge. Che questo abbia un impatto su di noi è indubbio, ma il clima da bar riportato in questa pubblicità non servirà né a capire il fenomeno né a contrastarlo nei suoi aspetti più pericolosi, ma soltanto a tranquillizzare un'opinione pubblica altamente dissuasa dall'avere una propria elasticità mentale, e incitata all'autodifesa di valori nemmeno così scontatamente esistenti.






