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04/11/09

Il Divin Rotolone

In un ipotetico girone dei golosi, del mio personalissimo inferno, credo che lo scenario tratteggiato dallo spot in questione sia di impareggiabile cinismo.
Orde di anime dannate, (in vita consumatori insaziabili di cheeseburger e fedeli frequentatori di fast food), rincorrono affannosamente, secondo la legge del contrappasso, un rotolo di carta igienica pur di espletare i fisiologici bisogni (strana cosa per chi non possiede un corpo), trattenendo con dolore e infiniti spasimi il contenuto del proprio intestino gonfio, posto in fermento dall'eterna corsa.
Fatica quanto mai vana per il consumatore contemporaneo, sedentario e ottuso: i rotoloni regina non finiscono mai.

14/01/09

Magnate a sbafo

Se Giorgio Panariello fosse stato davvero in grado di creare un personaggio macchiettistico capace di far sorridere contemporaneamente un numero di comparse così vasto raccolto in un'area così esigua, forse anch'io troverei Vanessa Incontrada affascinante e le perdonerei di aver complicato la vita ai singoli fili d'erba del florido prato antistante la villa secolare provocando il calpestio di un branco di giovani benvestiti immotivatamente esultanti. Laddove il limite tra parodia e salamelecco riverente biancheggia in una parruca che contribuisce all'identificazione del buffone con il ben noto magnate billionario italiano, il tentativo di esorcizzare il concetto stesso di ricchezza e potere, edificante aspirazione di ogni autore di satira determinato nella sua aspirazione a toccare temi controversi mettendone in luce veri aspetti scabrosi, si scontra con lo stesso presupposto commerciale legato alla partecipazione ad un contenitore pubblicitario, e riesce soltanto a creare un vero senso di disagio in chi, pur potendo sorridere rapidamente del target pubblicitario esibito, si presuppone veramente interessato a risparmiare ogni singolo centesimo possibile, e contrariamente alle speranze degli autori di questo spot, si ritroverà come me a confrontare l'apparente artificiosità dell'opulenza che ricopre d'oro e pellicce il set del party esclusivo con la colpevole omissione di un concetto molto semplice e quotidianamente nascostogli dalla martellante campagna di marketing delle compagnie telefoniche italiane: pagare per comunicare, al giorno d'oggi, significa foraggiare la finanza creativa. Non esistono più offerte che possano essere scevre dalla contraddizione che qualsiasi utente internet intuisce già: le compagnie telefoniche sono una sovrastruttura finanziaria, una elite percepisce degli introiti per un servizio tecnologicamente obsoleto che avrà mano libera soltanto per un lasso di tempo limitato, dato l'avvento della rete e di Skype. I feudatari italiani del 2008 davvero non conoscono il valore di una banconota, e davvero banchettano all'interno di mura impenetrabili come ne La maschere della Morte Rossa di edgar allan poe, iddio lo abbia in gloria, mentre all'esterno impazza la crisi finanziaria. Un sospiro di sollievo attende chi conosce o chi vorrà leggere questo racconto e gustarne i particolari macabri descritti con risaputa competenza stilistica dal ben noto scrittore americano, e se penna alla mano vorrà sostituire ai nomi dei protagonisti quelli di alcuni famosi testimonial, non sarò responsabile del suo gesto.

07/12/08

Christmas Social Card

Quella che vedete cadere dal cielo non è neve, ma manna, per tutte quelle aziende che approfitteranno dell'ottima occasione natalizia per spingere le utenze al consumo, assediando la comunicazione con un passeggero ritorno di moralismo che vede bambini festanti, famiglie riunite, compartecipazione atmosferica e gli oldies but goldies della musica americana far capolino sulla soglia della nostra coscienza a chiederci il riscatto delle nostre deprecabili alleanze durante il conflitto. La recessione non è bastata ai cittadini immaginari per darsi una calmata e interrogarsi sul fallimento di un'economia basata sul debito, e infatti possiamo vederli correre innalzando una carota ogm gigantesca per completare un pupazzo di neve mostruoso destinato a crollare su di loro come una valanga non appena la consistenza dei loro sogni verrà disciolta dal sol dell'avvenire. Persino Megane Gale è riciclata, non si capisce bene perché, e neanche chi stia guardando dritto negli occhi mentre afferma superficialmente una frase che sa di gossip ritrito. Impara a fischiettar che tutto il mondo più giocondo sembrerà, io invece di fischiare applaudo una civiltà finalmente, e consapevolmente, votata all'autodistruzione, e che si affida fino all'ultimo alla norma morale dell'edonismo individuale come unico motore della creazione di ricchezza. Neanche il passatempo più povero dell'infanzia si salva, Vodafone costruisce una dimensione privata che soffre comunque di gigantismo, blaterando orgogliosamente della sua offerta come se all'utente finale importasse qualcosa della vision aziendale. È ancora tempo di show off prima che arrivino davvero le vacche magre, e allora prepariamoci, con una fetta di pandoro tra i denti, a quello che si può prevedere sarà l'ondata di nuovi spot della crisi passata la sbornia delle festività di dicembre. Frastornati dai botti di capodanno ci risveglieremo e osserveremo, con un senso di disagio che andrà man mano affievolendosi, pubblicità che punteranno l'occhio di bue sulle difficoltà economiche del cliente, creando, me lo sento, un'interessante inventario della miseria umana vista con gli occhi degli abbienti. La propaganda si incattivirà, le ragioni irriducibili smetteranno di fingere di dialogare e verranno a cozzare vistosamente, verranno create streghe da mettere al rogo per allentare la pressione, e noi riprenderemo a marciare nel deserto cercando inutilmente di telefonare a Jahvé con una scheda telefonica fuori corso.

05/12/08

Il Grande Babbowski

Si stacca una pagina dal calendario e il teleschermo si invade di scorci architettonici retrò maledettamente europei, bambini di prima scelta per la gioia dei pedofili, neve copiosa e prematura che complica la vita ai cani antidroga. Per Kinder le manie di grandezza non hanno confini, e dato che a causa di un efferato sfruttamento commerciale della ricorrenza più ricca dell'anno lo spirito del Natale si è guastato, affida direttamente ai bambini il compito surreale di propugnare nuova linfa vitale per l'economia, per il sano timor di dio, per la coesione sociale, dotandoli di granate natalizie da lanciare in aria senza sicura. Un gremito pubblico di telespettatori che altro non aspettavano, se non di avere un pretesto per rinchiudersi a cerchio attorno a un idolo passeggero, rafforzano l'allucinazione di massa lanciando altri prodotti Kinder per aria e immaginandosi che invece di finire sui tetti del vicinato vadano a formare un vero abete luminoso (chiaro indizio di abuso di droghe o alcool). Quand'ecco il colpo di genio: a sancire che non ci troviamo nella realtà ma nell'immaginazione distorta del Grande Lebowsky, appare un Babbo Natale interpretato da un inspiegabile sosia di Jeff Bridges, che incapace di assumere un'espressione facciale adatta, lancia un turpe sguardo degno del più perverso Rasputin. Già me li vedo i sindaci di produttivi comuni del Nord fremere di impazienza nell'indicare con il dito l'abete che bisogna sradicare per poi trasportare con l'elicottero in una piccola piazzetta del centro storico del paesello, mentre vermi increduli, abbarbicati ai filamenti vegetali da poco dissotterrati, hanno modo di provare l'emozione di un volo in caduta libera centrando le imboccature fumose di caminetti accesi e terminando la loro esistenza arsi vivi. Se ad un prodotto alimentare basta aggiungere un filo per renderlo gadget appendibile all'albero santo, gioiscano le mercerie e i rivenditori di spago che visiterò presto, per impiccare i generi più disparati di oggetti e sentirmi finalmente realizzato. Provoloni, batterie usate, buccie di mandarino, compact disc di pessima musica ma molto lucenti, il vostro unico limite è la fantasia, come dimostra la piccola comunità flashata manco avesse visto la Madonna di Zeitung. Drugo se la ride mentre tolta la barba finta si beve di gusto un white russian alla faccia loro, e io brindo con lui.

04/12/08

Casa dolce casa

Messi a forza su un palco in una tipologia di cerimonia assente sia dal nostro programma scolastico, che dal ciclo di vita delle parrocchie che mai arrivano a tali picchi di fasto scenografico, dozzine di bambini increduli si ritrovano muniti di bizzarri copricapi a coronare il sogno isterico di genitori arrivisti che in questa scena sono gli unici a sorridere. A nulla devono essere valsi giochi e scherzi dei cameraman per far brillare qualche sorriso sulle facce dei fanciulli che un domani, perfettamente integrati nell'assetto culturale della città capitale del pandoro, Verona, si ricorderanno con orrore di quei compagnucci di classe immigrati, con pittoreschi dreadlocks, e voteranno premendo con forza la matita il sindaco Flavio Tosi, condannato in appello per incitamento razzista, o forse, per l'epoca, condannato in via definitiva, o premiato a seconda dei punti di vista. Fette di pandoro affilate come le lame dei coltelli a scatto dei fratelli maggiori, assenti dalla pantomima natalizia sia per evitare di respirare la lana di vetro usata come tappeto nevoso artificiale sia perché avevano una trasferta della squadra del cuore, vengono addentate dalla gioventù ancora innocente, mentre nessuno sente niente perché non sono presenti microfoni davanti alle bocche dei singoli cantanti e un attivista spazientito assesta un ceffone al fonico incompetente nella Verona dell'Amore. E poi tutti via ad arrampicarsi sulla stella d'acciaio che erutta dall'Anfiteatro Arena dove ha appena finito di gracchiare Ligabue per una settimana di seguito, cercando di arrampicarsi fino a raggiungere una statura impossibile per la propria tenera età, sognando di raggiungere l'apice della gobba di quell'orrore architettonico immortalato in innumerevoli cartoline, per trovare finalmente la frase adatta da declamare al mondo prima di caricare le proprie pistole e trucidare inspiegabilmente moglie e figli nella propria famiglia perfetta. Lucidi come la tetta della statua di Giulietta, i genitori veronesi spezzano le ditine ai bambini che sporcano il parquet di zucchero a velo, mentre in sottofondo da un albero di natale elettrificato suona a loop una nenia infernale anche peggiore della base midi usata per questo spot. Una nebbia di fritto aleggerà nella piazza principale della mia città per il breve periodo dedicato agli acquisti, nella festa temporanea i veronesi si odieranno sgomitando per accaparrarsi beni superflui tutti contemporaneamente come termiti, chi addenterà un bombolone sulle scale del Municipio verrà diligentemente multato, nella festa temporanea, e nessuno si preoccuperà dei mostri del benessere, con gli occhi pieni di nemici immaginari e sollevando le spalle se invece qualcuno ci rimette la pelle per mano degli integralisti del pensiero dominante, perché chiamarla cultura dominante sarebbe un errore concettuale.

03/12/08

Cupio dissolvi con maionese per me, grazie.

C'è sempre qualcosa di nuovo da McDonald's, basta entrarci per capirlo e vedere il regalo sempre nuovo allegato all'Happy Meal. E non è vero che il cibo fa schifo, anzi. Mettetela come volete, probabilmente le accuse che vengono rivolte al prodotto sono soltanto congetture di chi è troppo affezionato alle teorie del complotto per concedersi un Big Mac. O forse hanno ragione, ma criticare un fenomeno così massivo equivale quasi sempre, e lo sarà sempre, nel mio caso, ad operare un'autocritica. Perché c'è soltanto una cosa di questo spot che fa scattare i veri campanelli d'allarme, e non lo riferirò alle intenzioni, o alla trasparenza di un'azienda, o al modo in cui tratta i suoi numerosi dipendenti influenzando il mondo del lavoro, o alle materie prime. Questo spot fa venire dei dubbi a me personalmente, che da McDonald's vado quando voglio scomparire nell'anonimato più totale, in quella sera in cui qualcosa non va, in quell'occasione in cui non si può invitare l'ospite altrove, in quel fugace incontro ai margini della socialità. Non è cibo, non è packaging, è un teatro quello in cui si mette piede. E l'azione più contraria che si possa svolgere al suo interno è fare della filosofia, anche se spicciola. La cura della cromia e delle luci che fanno balzare il prodotto alimentare fuori dallo schermo quasi tridimensionalmente, crea degli archetipi di panini, così perfetti che mai saranno veri quanto quelli dell'immagine, dice il pazzo nella battuta più famosa di Un giorno di ordinaria follia, ed è quello che mi fa incazzare, non il fatto che esista McDonald's ma che io gli attribuisca il dovere di spersonalizzarmi quietamente per riporre tutto, una volta finito di alimentarmi, sulla colorata tovaglietta di carta e gettarlo in prima persona nella spazzatura. I passanti continueranno a camminare anonimamente e grigi all'esterno e all'interno del punto vendita, non socializzeranno mai tra loro, esattamente come faccio io, e la realtà resterà colorata soltanto da qualche invenzione di marketing declinata negli ingredienti, nella grafica, e negli input emotivi elaborati con raffinatezza e strapotere commerciale da chi sta ponendo tutto sullo stesso piano. Chi distrugge la vetrina di un McDonald's è disperato, è un noglobal, è un antieroe in una tragedia già scritta, e il poliziotto di Genova, senza mandanti, è già posto come una pedina sul campo per colpire diligentemente persone a caso, sordo ad ogni evidenza, con occhi che guardano all'infinito. Io auguro comunque alla Vecchia Fattoria urbana in cartapesta di essere spazzata da un ciclone e alla coppia felice di finire schiacciata sotto al trattore, ma continuerò ad andare da McDonald's per trovarci il grigiore tanto agognato, quando non mi resta proprio nient'altro per farmi del male, per sentirmi niente, quando la speranza brilla come un neon ancora per un po' quando la corrente è stata tolta, gettarmi nell'immondizia assieme alle patatine avanzate e dire sì, così sia, un altro mondo non è possibile.

01/12/08

La neve leggera uccide

Come avvoltoi che si avventano sulla carcassa, il Babbo Natale fittizio di Coca Cola e la temporanea icona di Sky si sfidano in una guerra tra poveri di spirito per accaparrarsi i clienti, ma attenzione, questa è solo la superficie dello spot perché quando ci auguriamo reciprocamente "Buona Pasqua" per evitare il troppo scontato "Buon Natale", nauesati noi stessi dalla sbornia mediatica e in cerca di qualche facile scorciatoia comica, diamo vita al nuovo sospettissimo Normalman Pasquale, tanto finto che qualcosa di vero deve pur dirlo, per forza. Questo non è un american dream, ma un italian dream; nel testo del brano di Nat King Cole scelto come colonna sonora si parla proprio del nostro paese con quel misto sufficienza e ammirazione da presepio che gli States ci riservano, considerandoci, probabilmente, una colonia particolarmente ricca di buon cibo, ottimo vino, e belle donne. Il paternalismo post bellico ci viene fuori dalle orecchie. La scenografia di città innevate, nelle quali le ambulanze si ritrovano costrette a procedere a passo d'uomo, moltiplicando le sofferenze di chi attende soccorso, è la stessa tetra realtà che surgela il clochard che giovani ragazzini hanno cercato di scaldare cospargendolo di benzina e dandogli fuoco, per sadismo, o forse per un distorto senso di beneficenza, non si potrà dire finché non verranno rivoltati come guanti per scoprire quale cibo mentale ha deteriorato i loro organismi in fase evolutiva. Con l'abilità del venditore che apparentemente si sottovaluta, Sky decide di rendere il potenziale cliente il vero dispensatore di regalie, dando un facile bersaglio a chi prevedibilmente si rifiuterà di identificarsi con la versione partenopea di Woody Allen, facilitandogli il compito di valutare con più leggerezza l'offerta vera e propria, facendolo sentire più intelligente istituendo una contrapposizione fittizia tra soggetti slegati tra loro. La festività natalizia scaturisce fisiologicamente dentro di noi come un riflesso condizionato, un conato che cerca di salvaguardarci da un corpo estraneo indigeribile, il passo affrettato del consumatore è sospinto da un sottile senso di colpa verso il prodotto del momento, al centro grandi ustionati una vita si è salvata e porterà per sempre le cicatrici del vuoto spirituale altrui.

30/11/08

È mortale

Chissà se l'orrore è sempre involontario. Ormai diventata la sublimazione dell'immagine di se stessa, la bevanda più famosa del mondo non cerca più di respingere l'alone di mistero che circonda la sua supposta "formula" segreta e il suo successo, ma ne fa, volendo leggere questo spot con occhi un po' obliqui, un motivo trainante per alimentare le aspettative nei suoi confronti. La figura del burocrate senziente, grigia e dickensiana, risvegliata dal rombo infrasonico di una carovana di Tir addobbati a festa, si agita negli androni di un palazzo del potere che se ne fa un baffo dei foschi chiariscuri dell'espressionismo tedesco di Metropolis. Una città precedentemente costretta al blackout si vede salvata da un Prometeo impiegatizio, individui che fino ad un attimo prima si erano creduti soltanto elementi micro-tissurali, utili a dare una sensazione di magniloquenza alle immagini, riemergono da un sonno imbecille accorgendosi dell'arrivo della ricorrenza più consumistica dell'anno grazie a una bottiglietta di Coca Cola sparata loro addosso. Il colpo di grazia ce lo dà il bombardiere che sorvola minaccioso la città, e che tappezza con non meglio identificati pacchi regalo una Dresda del raziocinio, destinata ad uno sterminato incendio di luminarie natalizie. Perchè a 00:11 l'unica insegna che brilla nel buio della strada è quella di un "Optical Shop" rappresentato da un tetro occhio massonico dalla pupilla gialla? È possibile che quello che stiamo vivendo sia un momento di transizione che renderà il Babbo Natale vestito di rosso e bianco una figura alla quale verrà attribuita a posteriori una consistenza storica, come è stato fatto per Gesù Cristo? Quando Coca Cola gioca a imbastire un incubo orwelliano per un suo spot, ci è o ci fa? Avete notato che la scritta "È natale" si sviluppa dai Pirenei, attraverso l'Arco Alpino, per arrivare ai Balcani, suggerendo il percorso del Corridoio n°5 in via di costruzione per il quale popolazioni civili vengono represse dalle forze dell'ordine? A starsene nell'oscurità, tanto vale non chiudere gli occhi.

29/11/08

La gioia di sbattersene

L'idea di prendere oggetti quotidiani e percuoterli in massa, creando coreografie apparentemente alla portata di tutti ma dotate del sufficiente appeal musicale per poterci fare comunicazione, viene ciclicamente riproposta, e a occhio e croce direi da quando un gruppo inglese di percussionisti/acrobati/ballerini chiamato Stomp ha preso quest'idea per crearci dei veri spettacoli teatrali. Così non passa stagione che questa mega cazzata non ritorni, per carenza di idee e dovendo suggerire la visione di una moltitudine di giovani desiderosi di vendere l'anima a una birra piuttosto che a una tentacolare compagnia telefonica, e che, incapace di articolarsi con vere espressioni creative e troppo pavida per darsi ad azioni di teppismo organizzato, si limita a sbattacchiare oggetti in sincrono. Mi cascavano le palle ogni volta che in Fame qualcuno cominciava a cantare e il resto dell'istituto reagiva con una velocità sorprendente, suonando strumenti apparsi dal nulla, ciascuno con l'entusiasmo isterico di chi ha appena vinto alla lotteria la cifra che gli permetterà di risolvere un debito con uno spietato strozzino. Giovani dai vestiti colorati ammiccano disciplinatamente per le strade, ben disposti ad aderire al temporaneo concetto di coesione sociale nato dalla mente di un animatore turistico che se ne sta fuori campo a coordinare l'azione con ampi gesti da mandriano. L'adolescente strafatto di ecstasy cerca proprio questo tipo di Utopia ibiziana quando si agita in discoteche di cemento popolate da gusci svuotati come lui. Patetiche impronte di mano colorano il logo dell'iniziativa che si autodefinisce tribale, ma che invece di mostrare un bel rave nichilista con minorenni ricoperti di piercing sbatte i Beatles in sottofondo e proietta masse di ragazzini che fanno il verso all'America e, per i trenta secondi necessari a lanciare il prodotto, hanno una voglia di esistere al massimo delle loro prestazioni. Ho preso il mouse e me lo sono sbattuto in fronte per cercare di essere terzinato come loro, per riuscire a fare l'holly con lo skate e il canestro da tre punti, e compiacermi appieno del ruolo di retroguardia intellettuale, mettermi l'anima in pace, produrre, consumare, procreare e morire. Ma scomparsi i begli occhi dell'inquadratura finale guarisco dall'ottimismo guerrafondaio.

29/10/08

C8H10N4O2

Con un tempismo che è difficile immaginare privo di malizia Ferrero propone un'aula universitaria come set per il suo spot, mettendo in scena un piccolo scatch che ad occhi pervasi da malizia apparirà come efficace simbolizzazione del rapporto tra uomo e potere. Torna alla memoria lo spot del 1992 in cui Control si prendeva il diritto di fare un po' di pubblicità progresso per vendere meglio il suo prodotto, e nel quale alla domanda del professore circa la provenienza di un preservativo intonso che qualcuno aveva evidentemente perduto un'intera scolaresca rispondeva con un coraggioso "è mio" per solidarizzare con il tardo adolescente doverosamente svergognato dall'arguto insegnante. Ormai lontani i fasti degli anni '90, e la propaganda dai toni apocalittici circa la diffusione dell'AIDS nell'allora ricca Europa, forse su spinta di chi cercava di salvare una generazione di giovani dalle sostanze stupefacenti, dalla promiscuità sessuale, e in buona sostanza da tutti gli optional privilegiati che si concede solo chi è ai vertici del potere e si arroga il diritto di indicare agli altri la strada da seguire, i giovani d'oggi si ritrovano, nel mondo tratteggiato dalla Ferrero, ad abbassare il capo come pecorelle smarrite e a confabulare tra loro anche per un semplice cioccolatino contenente il munifico alcaloide chiamato caffeina, instaurando il classico gioco di potere a sfondo sadomasochistico con il pubblico ufficiale che il professore pittorescamente barbuto incarna. Una salubre tensione pervade i gradoni lignei dell'aula, scricchiolanti di buoni valori e bei tempi andati sotto al peso morale dell'istitutore, che dispensato un gelido sguardo al giovane disposto a confessare coraggiosamente la sua colpa sconfina successivamente nell'innocua complicità alimentare, ampiamente sostituibile, dal punto di vista simbolico, alla fruizione di droghe per migliorare capacità mnemoniche e rendimento scolastico. Una nota visiva va spesa per la pettinatura dell'audace goloso: se infatti noterete una somiglianza con la fotografia del bimbo che campeggia da decenni su molti prodotti kinder, non vi sbaglierete di molto, soprattutto a causa della pettinatura apparentemente realizzata in creta e impreziosita con terra d'ocra sfoggiata dal giovane pusher dolciario infiltrato dall'azienda direttamente nella struttura scolastica, il peter pan che avrà qualche ruga in più soltanto nel 3.000 dopo Cristo e ci seppellirà tutti a suon di lecchinaggio e caffeina.

Spritz Death

Con molta classe, in questo spot il prodotto non solo viene mostrato in quasi tutte le inquadrature, ma trova una sua declinazione tricologica nell'attrice che evidentemente deve averne bevuto troppo. Così come gran parte della musica anni '70 sopravvissuta è diventata l'ultima spiaggia del concetto di divertimento per sfigati, ma di massa, quel genere che si mette sempre quando non si sa bene, e annovera pochissimi cultori, ma molti estimatori, facendo sorgere il ragionevole dubbio che non sia musica, ma muzak, la cifra di tutta una serie di stilemi che si attirano l'un l'altro per un deleterio magnetismo reciproco, gli sfigati stessi annuiscono l'un l'altro mentre approdano con dolcezza nichilistica al rito dell'alcolismo al termine di una giornata di duro lavoro, senza porsi nemmeno il problema di distinguersi eccessivamente, ancorché nella finzione cinematografica di uno spot. Alla brutalità dello stimolo non partecipa il pilota della molto surrettizia Citroën 2CV, modello di auto icona misto di libertarietà hippie resa inoffensiva dalla sfocatezza degli ideali, mezzo locomotore economico e per questo empatico, trovarobato vintage e quindi cool nel suo minimalismo, avvincente salvacondotto per un'individualità originale della quale sentiamo patologicamente l'assenza. Per pochi frazioni di secondo il Re degli sfigati appare seraficamente, sottratto agli onori del tripudio visivo, inefficace, banale e grigio per ovvie necessità di contrasto. La gente ride e i registratori di cassa tintinnano, mentre Randy Crawford continua ad allietare pomeriggi che con il passare della bella stagione perdono di luminosità sempre prima. Il tramonto accelerato spande la sua dominante gialla sulla scena del rito insensato, così come verrà sparso il sangue degli anonimi individui avvinti nella farsa di condivisione quando il conducente, disintegrato dal suo stile di vita che non prevede migliori valvole di sfogo, darà gas trucidando la folla, venendo suo malgrado riciclato dal mondo della comunicazione come notizia di cronaca nera da sbandierare per un minuto nell'edizione serale del tg.

26/10/08

L'italia dei disvalori

La furberia e l'intraprendenza di giovani australiani amanti del Made in Italy sono diventati gli unici appigli ai quali la birreria Peroni ha deciso di attaccarsi per dare una ventata di giovane freschezza al suo prodotto derivato. Il compiacimento di una nazione che ricalca i luoghi comuni su se stessa, l'elasticità nell'interpretare leggi e regole di convivenza civile, l'attitudine all'individualismo sfrenato e della gioia di vivere anche e soprattutto quando implica un leggero calpestio dei diritti altrui, è rievocato dall'idea di un party improvvisato da giovani estimatori del prodotto e, per proprietà transitiva, dell'italianità, intestarditisi ad approfittare di un carico di birra surrealmente abbandonato a se stesso in casse esposte sulla tolda di un'antiestetica chiatta, invece che più coscienziosamente sigillato in container dalle fattezze ben più antiergonomiche. Questi anonimi personaggi usa e getta nella realtà sono ragazzi che passano serate a bere per stordirsi annuendo a ragazzotte che attendono disperatamente di venir confermate nelle loro tesi più superficiali per sentirsi vive, o viceversa sono giovani donne che subiscono inutili molestie da parte di omini ipercinetici che esibiranno sovrappensiero orride scale di valori che si ha il brutto coraggio di sputar fuori solo in situazioni di psicologia di massa ("hai un nome bellissimo", "ma vaffanculo"). I piatti tricolori del dj girano come le palle dell'armatore proprietario della nave e che al giovane nostromo, che è improbabile sia campione di scacchi ai tornei di quartiere, rifilerà una dolorosa lettera di licenziamento e contemplando i risultati degli atti vandalici troverà sul ponte qualche adolescente ubriaco o morto assiderato. Spegnerà per qualche attimo la sua giovialità oceanica pensando che Nastro Azzurro è il nome di una premiazione ideata da Sir Harold Hales e che l'Italia si aggiudicò nel lontano 1933 grazie al transatlantico Rex, vanto dell'italia fascista, abbattuto nel 1944 dalla Royal Air Force con ben 123 razzi. Sputerà in mare e penserà che non valeva davvero la pena di sottovalutare un carico così importante.

18/09/08

Punk '87

La sensazione tattile che dà un chilo di freddo petto di pollo è qualcosa che sembra non avere paragoni in natura. Le buone intenzioni che ci animano nell'istante in cui la nostra scelta ricade su questo tipo di fonte di proteine più salutare di altre si misurano con il salutare distacco che riserviamo a quello che in fin dei conti è il risultato di una vita biotecnologicamente controllata: cibo rosaceo mediamente insapore. Le buone intenzioni del sogno collettivista della Coop spingono la regia agli accostamenti di lifestyle più azzardati per rassicurare circa l'eterogeneità del contesto sociale al quale è verosimilmente lecito appartenere per potersi sentire parte del progetto Coop. Dal coltivatore diretto munito di un tascapane con il brand della cooperativa, al giovane skater dal viso acqua e sapone, occupato a migliorare le proprie capacità acrobatiche e a contorcere sempre più i caratteri della sua tag, rimanendo quindi un innocuo elemento della società, la carrellata umana descrive il suo climax passando dall'istituzionalità del tricolore all'ineluttabile individualismo del fiore di loto, per concludersi con un clamoroso tonfo nell'improbabile figura del commesso cantante. Un organismo che ha trovato nei battibecchi scatenatisi nei reality show la linfa vitale delle sue ambizioni, temporaneamente confinate nel un candido corpetto di un camice lavorativo, e che giunge all'apice del suo vissuto ancheggiando sulle note della reinterpretazione di un brano che già di suo sembra una parodia, un generico inno alla speranza che non punta il dito contro nessuno e vince un Festival di Sanremo, nel 1987, durante il quale venne annunciato in diretta il decesso di Claudio Villa. L'iconografia della campagna Coop, descrivendo la realtà circostante come un radar che gira all'impazzata, prima o poi coglierà nel segno catturandovi nel suo immaginario, che voi siate punkabbestia o primi cittadini, insidiando la vostra libertà di poter pagare un oggetto più del dovuto a causa del ricarico reso necessario dal marketing sfrenato, divenuto a sua volta il misto di intrattenimento e informazione che chiamiamo pubblicità, ossessionandovi con l'ingenuo entusiasmo di un casting virtuale che altro non maschera se non una reale segmentazione di mercato che desidera a tutti i costi proiettarvi nello schermo per farvi sentire a vostro agio quando allungherete la mano sull'approssimativa quantità di un chilo di petto di pollo silenziosamente incamerato nello sterile lucore del banco frigo.

12/09/08

Perdere la faccia con i testimonial

Per parlare di questo spot può bastare una critica di massima, e potrei evitare un semplice elenco di obiezioni alle varie trovate che vorrebbero essere pennellate in una sorta di dipinto fantasy dove realtà e fantasport si incontrano, ma che per il solito meccanismo di proiezione dell'ascoltatore nei protagonisti di uno spot, ci riduce a un esercito di servili clienti senza idee che corrono verso l'omologazione del proprio concetto di tempo libero bussando la porta al grande assente visuale di questo spot, cioè, nell'inversione del ruolo fornitore/cliente, il temporaneo oggetto del desiderio. Nel meccanismo, sempre un po' brutto, del principio d'autorità comunicativo incarnato dalla semplice presenza di un testimonial, che fa scattare automaticamente in noi un primo moto di sorpresa che non nasconde altro se non uno svilimento dei confini della propria identità, si innesta il giochino ormai ampiamente sfruttato del porre il testimonial in una situazione di vita quotidiana che per pochi secondi gli fa perdere i gradi, rendendocelo simpatico, mostrandoci, per quanto in un dietro le quinte volutamente artificioso, un suo lato umano apparentemente inconiscibile e inesplorabile. Laddove nel meccanismo del gossip puro l'impianto drammatico assodato è diverso (l'invadenza dell'intervistatore che trova il suo unico limite nello schernirsi dell'intervistato, il voyeurismo degli scatti ottenuti con il teleobbiettivo o costati qualche livido al paparazzo di turno), nello spot di sky svariati testimonial, con un senso di opulenza che in questo senso non ha precedenti, creano una situazione surreale ma al tempo stesso danno una faccia a un cambiamento diffuso avvenuto negli ultimi anni. Nello spot tutti i protagonisti dello sport sgomitano pur di entrare nel nostro salotto. Nella realtà l'omologazione sta cambiando i suoi canoni, le sue tariffe, i suoi costi e i suoi effetti, e utilizzare una nuova fonte mediatica diventerà normale, mentre non farlo diventerà un'azione antisociale. A me inquieta l'assenza di anche un solo cliente in questo spot. Città spopolate, per quanto apparentemente ridenti e dall'architettura di borgo medievale, sono invase da atleti che non sono altro che sprite inquietanti in un videogioco programmato da Murdock e nel quale i veri giocatori paganti sono ormai anche scomparsi come icona pittoresca della casalinga/mamma amorevole, del marito medio italiano furbetto, della bestia antropomorfa parlante, delle molecole di detersivo che si infiltrano in un tessuto in una zoomata esaltante, e nel quale appare un piccolo "Piero Angela" in versione commerciale. Se darsi una faccia è impossibile, ne avremo sempre una di ricambio spalmata sul televisore.

17/06/08

Giù nel cyberspazio

Diciamolo apertamente, affondare lo specillo della critica nella massa gargantuesca delle compagnie telefoniche italiane è un'azione quasi fin troppo facile. Non credo che nel nostro paese esista un settore più inflazionato di questo, dal punto di vista pubblicitario. La fantasmagoria di offerte telefoniche dalle quali siamo bombardati mi danno la netta impressione di un marketing ammalato d'ansia da prestazione, oltre che da una concorrenza sfrenata. La diretta conseguenza è che l'utente diventa un grasso lamantino intriso di senape abbandonato a se stesso in una vasca di squali affamati. Il tema musicale infantile e vagamente bandistico non può stemperare il clima grottesco delle immagini che ci vengono proposte. Prevaricazione e potere. Repressione e istinti ossessivo-compulsivi che trovano la loro diretta valvola di sfogo in internet. Non posso vedere altro nella proiezione dei rapporti umani in un mondo di distanze digitalmente accorciate, dove le persone diventano direttamente icone da poter evocare e piegare a proprio uso e consumo in una sorta di fantasy a tinte fosche. In questo non c'è assolutamente un cazzo che mi fa sorridere. Il giovinastro con troppo gel sui capelli si accontenta di proiettare se stesso nel musicista di successo. Il branco di ragazzini è totalmente sottomesso alla pornografia, rappresentata da una patetica cheerleader. L'anima sconsolata della biondina supina nel parco si accontenta abbondantemente di ricevere email romantiche da uno sconosciuto molto rassicurante con la faccia di beota e la camicia a quadrettoni. La verità è che noi chiudiamo già i rapporti con le persone con la facilità con cui chiudiamo un notebook. L'impressione di disponibilità di esperienze a buon mercato è la causa diretta del distacco e della dissociazione mentale. Non uno degli utenti coglionazzi di questo spot apre una pagina in Wikipedia o calcola un percorso stradale in Google Maps. Non può essere una coincidenza. Il cyberspazio è già qui, adesso, nelle vere strade dei nostri quartieri dove ci avventuriamo come stranieri.

04/05/08

Parità dei fessi

E ritornano i grandi spot del puritanesimo ruggente. Assolutamente fuori target. È certo che uno dei motivi che rendono necessari unguenti lenitivi per certe aree sensibili dell'anatomia femminile è l'eccessiva frizione, e poco ha a che fare con l'impegno agonistico della ciclista che fa machiavellicamente capolino nella schiera di donne immobili e bloccate da una presupposta vergogna come un esercito di belle statuine senza personalità. Una pletora di castronerie logiche e grafiche si inseguono l'un l'altra nei pochi secondi di questo spot, gareggiando tra loro senza quartiere come facoceri da competizione in un cinghialodromo. Vagisil, un nome talmente esplicito che sembrerebbe una parodia anche al contrario. Il triangolo rosso che grida vendetta forse più di un organo femminile direttamente esposto, perché diventa una vera e propria segnaletica dell'idiozia. Ma ve lo immaginate uno spot che celebri il congresso internazionale degli andrologi con una banana in fiamme e un pompiere in camice bianco che dopo averla spenta a suon di schiuma ignifuga sussurra che non c'è più bisogno di sentirsi soli? Ma abbiamo davvero bisogno di semafori pelvici e consolanti vocine nel cervello per trovare il coraggio di andare dal farmacista e richiedere a testa alta un rimedio per gli effetti collaterali di una focosa attività amatoria? Siamo già in molti, partecipate anche voi al grande scherzo collettivo: correte in farmacia e pretendete a gran voce la crema Cazzosan! Per una completa parità dei fessi.

02/04/08

Onora il pollo e la pollastrella

Essendoci in questo spot più comparse che in Ben Hur, guardo qualche fermo immagine per vedere se per caso nascosta tra le molte facce sia presente anche quella di Aleister Crowley, poi, con un sobbalzo, mi rendo conto che è proprio Francesco Amadori ad assomigliare al noto satanista che si era infiltrato nella copertina di Sg. Pepper's Lonely Heart's club band. Tanta gente che accorre ma ad ogni modo l'unica a prendere la parola è ovviamente una bella figa, anche per dar modo all'imprenditore sceso in campo di bofonchiare qualcosa di surrettizio con una voce obbligatoriamente non fonogenica. Così va il mondo, e se quel bambino con la repellente sfumatura alta anni '40, la camicetta a quadri azzurri modello tovaglia d'ospedale e le bretelle demodè vi sembra intrappolato in un mondo da incubo, siete liberi di contattare il Telefono Azzurro. Vale la pena di enumerare estensivamente le regole del Decalogo, una legislazione esoterica oscura ma apparentemente rassicurante destinata a stazionare nel nostro subconscio e che io intendo parafrasare: 1) Non avrai altro pollo fuori di me. 2) Non nominare il nome del pollo invano. 3) Ricordati di santificare i polli. 4) Onora il pollo e la pollastrella. 5) Non ucciderei polli se non li mangi. 6) Non commettere atti impuri con i polli. 7) Non rubare polli. 8) Non dire falsa testimonianza su Francesco Amadori. 9) Non desiderare la pollastrella d'altri. 10) Non desiderare il pollame d'altri. Ce n'erano altre 10 ma sono state scagliate contro il Vitello Tonnato della concorrenza.

Un aeroporto per gli asini, grazie

Me l'ha detto la mia ragazza, che di farmaci se ne intende, che la vitamina B serve a sfruttare meglio le calorie introdotte nel nostro organismo. Ma io che cazzo capisco guardando questo spot? Che il prodottino fa bene, il prodottino brucia qualcosa, e quindi sia qualcosa di assimilabile ad un prodotto dietetico. Proprio tutto il contrario: potremmo dire a sommi capi che la vitamina B rallenta il metabolismo, e quindi se ieri un panino al salame ti conferiva 800 calorie, e parte di queste venivano disperse, domani, grazie a Betotal ne avrai in omaggio 8000. Non ci siamo per niente, io non dico che le persone prendano farmaci a caso, ma se è il caso di darsi fuoco per diventare anche più grassi e farne pure uno spot a questo punto preferisco fare 2 pranzi e 2 cene e non spendere i miei soldi in farmaci. Mi è stato raccontato che un bicchierino di grappa, più limone e più due chicchi di caffè fanno passare immediatamente l'inappetenza anche dopo il pasto più lucculliano. Lo dico a scopo informativo, per togliere il lavoro a qualche povero giornalista di nera che avrà meno casi di autocombustione da riportare. Tanto vale che io dica: non prendete questo farmaco, rischiate l'autocombustione. È tutto vero, non credete a nulla di quello che dice la pubblicità, credete a qualsiasi cosa leggiate su questo blog

29/01/08

Si può vedere di più

Se ci fossero state, questo spot l'avrei definito buonista. Ma visto che non sono presenti, non posso esimermi dal definirlo razzista. Di cosa parlo? Delle minoranze etniche. L'orribile ed ennesima rivisitazione dell'infame successo di Ruggeri, Morandi e Umberto Tozzi fa da colonna sonora ad un display di ben 20 situazioni di vita diverse, che vanno dall'inquietante figura ferma in mezzo al lago con una barca con i remi in, all'impiegata lievemente sovrappeso che lancia in aria fogli perfettamente e inutilmente bianchi (che spreco), ma nemmeno un nero, un cinese o indiano sono riusciti a varcare gli sportelli della COOP. Provate a togliere l'audio e a guardare semplicemente le immagini. Tutti dentro e fuori dalla realtà, quindi, ad esultare in modo apparentemente innocuo all'esterno di un supermercato, con il rassicurante commento "che cazzata" che ci ritroviamo sulla punta della lingua, assieme ad un sorriso per la comica ed obsoleta scelta del musical. Personalmente, al barbone all'uscita del supermercato, neanch'io darò mai un centesimo.


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